Editoriale ottobre 2018

Era una caldissima sera d’estate a Siviglia, con 45 gradi alle ore 23:00 e un vento caldissimo come se fosse il phon di un barbiere del New Jersey. Al bancone bar del rooftop di un ostello in centro, d’un tratto notai un ragazzotto del Massachusetts (USA) che poggiando entrambi i gomiti discorreva col barman intorno alla sua nazione di provenienza e al clima così diverso.

D’un tratto questo yankee non troppo alto, non troppo muscoloso, non troppo lucido, (diciamoci la verità) non troppo bello, aprendo sgraziatamente la sua bocca, cacciando fuori aria contaminata dal suo stato d’ebbrezza che avrei scommesso fosse cronico, si dichiarava al suo interlocutore con aria lasciva ma con tono fermo e sprezzante: give me a nigger, please.

Cos’è un nigger? Vuole una persona di colore? E altre amenità mi ronzavano per la testa. Poi vidi il barman che con una certa nonchalance si apprestava a prendere il jigger, poi la bottiglia di Campari, poi un vermouth di scarsissima qualità, poi una bottiglia di altrettanta scarsissima qualità di gin… e lì capii. Capii che il Negroni è come la pizza, gli spaghetti e la mafia. Non traducibile.

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